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Spazio giovani - Il consultorio per adolescenti dell'azienda usl di Parma

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Newsletter:  Perch? mi piaccio?

“L'esistenza non è una moda... L'esteriorità e i pregiudizi rimangono in superficie...”
[Criselda]

Perchè mi piaccio? Faccia a faccia con la disabilità
A voi la parola:  Emozioni
Promemoria:  "Chiedi" allo Specialista



 Ciao Giovani Amici!

La disabilità è un argomento enorme, all'interno del quale esistono tutta una serie di variabili e tutta una serie di mondi.

Sarà capitato anche a voi di avere un compagno di classe con una disabilità più o meno evidente, e pertanto vedere seduto accanto a lui un insegnante di sostegno.

Per non parlare di quando ci si trova in squadra con un ragazzo in carrozzina: non vi pare che sappia governare alla grande quel mezzo, quasi a sembrare davvero le sue nuove “gambe”?

La spontaneità con cui è nata questa newsletter, che ci ha condotto a confrontarci con dubbi ed imbarazzi vari, che ha messo in luce preconcetti e luoghi comuni, che ha scoperto particolari di una vita da disabile, che ha illuminato paure e timori, l'abbiamo riversata in alcune pagine che giorno dopo giorno si sono riempite.

La conclusione a cui siamo giunti è che davvero una persona in carrozzina può e vuole avere una vita come si deve, vivendone la bellezza, il trasporto, il completo coinvolgimento, da quello cerebrale a quello del corpo.
L'uomo è un insieme di nervi, muscoli, epidermidi che vibrano e vivono grazie all'amore, all'amicizia ma non solo, a tutto ciò che vogliamo definire quell'energia che passa attraverso l'essere umano scuotendolo dalla testa ai piedi, che esso sia seduto su quattro ruote o eretto su due gambe.

Qui di seguito il racconto di una ragazza, ormai donna, una testimonianza che non sempre l'handicap deve rimanere confinato in un angolino buio della mente e, non appena si affaccia, si deve fare di tutto per ricacciarlo indietro: la storia di qualcuno che è riuscito a superare la paura di essere ciò che ciascuno è. 

 “Perchè mi piaccio?"   
    (di Marisa Bettassa, Rocca Canavese)

È possibile che una ragazza disabile possa imparare ad amare e valorizzare il proprio corpo come qualsiasi altra, malgrado le inevitabili imperfezioni? La mia esperienza dice di sì e pertanto ve la vorrei raccontare.
[...] Sin dalla nascita mi fa compagnia una grave forma di tetraplegia spastica. Non posso né camminare, né usare le mani. Parlo con qualche difficoltà. Mi sono laureata in psicologia all’Università di Padova, dopo aver conseguito la licenza media e il diploma magistrale studiando, sempre, come privatista.

Tenterò di descrivermi in modo abbastanza obiettivo: sono piuttosto alta, capelli biondo chiaro e lisci, gli occhi sono verdi con pagliuzze dorate. Un bel tipo “nordico”, insomma. Ho lo sguardo un po' strabico, il naso non è affatto piccolo e la bocca è parecchio sdentata a causa delle forti contrazioni alla faccia. Non sarà un sorriso a trentadue denti, ma l’espressione aleggiante sul viso è quasi sempre allegramente vivace. L’essere arrabbiata contro il destino avverso, non serve a nulla. Tanto la realtà non cambierebbe e sarei soltanto più antipatica, nonché più brutta di quello che sono![...]
[...] Penso che queste sensazioni emotive le abbia ricevute in regalo da un essere veramente speciale: mia madre. Era molto attenta ai particolari, sia esteriori che interiori [...].
E di questo, gliene sarò grata per tutta la vita, perché la sua dolce fermezza, mi ha permesso di avere una totale indipendenza psicologica.

[...] Se non l’aveste ancora capito, il chiodo fisso che mi ha fatto da motore propellente in ogni istante, è stato il voler essere simile agli altri, malgrado la mia diversità.
Poi, ebbi una profonda crisi esistenziale (tipica dell’adolescenza), vedevo buio davanti a me, non sapevo cosa avrei potuto essere e fare, senza poter usare le mani. Ero veramente disperata, soprattutto perché temevo di non avere la possibilità di amare e di sentirmi utile a qualcuno. Un’alternativa, dopo un lungo tormento interiore, fu quella di studiare: nelle capacità residue, scoprii di possedere un buon livello intellettivo che mi avrebbe permesso di sconfiggere quel senso d’impotenza che incombeva su di me, in quel periodo. Non avevo amici con cui parlare dei miei problemi e non volevo rattristare ulteriormente la mia famiglia, già tanto angosciata per il mio futuro quanto mai incerto. Da questo smarrimento della serenità, ne uscii abbastanza bene, pensando alla grande varietà della catena vitale: se un anello mancasse, tutto l’ingranaggio si fermerebbe. Adesso, mi sentivo anch’io un piccolo anellino della spirale della vita. Non sapevo ancora in quale campo sarei stata attiva, ma ero sicura che la scoperta sarebbe avvenuta a breve tempo.

[...] Cresciuta con la mia disabilità, non ho subito il trauma del cambiamento repentino della condizione fisica: era normale, per me, che le gambe fossero un pochino flesse, le braccia andassero dove volevano loro e la testa ciondolasse quasi sempre. Ho potuto accettarmi [...] anche grazie ai miei genitori che sono stati orgogliosi d’avere una figlia “diversa”, ma con una gran voglia di vivere e di crearsi un avvenire. Se la mia famiglia non fosse stata capace di accogliermi come una qualsiasi altra figlia, io stessa non avrei potuto fare niente di positivo, perché mi sarebbe mancata quell’affettuosa autostima che solo papà e mamma ti possono offrire. È una “legge” psicologica: se non la ricevi da chi ti ama, da solo è impossibile “autocrearsela”.

[...] Vado a frugare nel dolce pozzo dei ricordi e ne scaturisce uno particolarmente carino: ero in un bosco, alcuni raggi di sole filtravano, invadenti, tra gli alberi. Un raggio più dispettoso degli altri, cadde sul mio capo e una voce gentile mi venne vicino, dicendo: “I tuoi capelli sono tanti fili d’oro”. Era il primo complimento che ricevevo da un estraneo e ne fui entusiasta, perché, sino a quel momento, non pensavo di meritare le attenzioni premurose di un ragazzo e la motivazione a questo assurdo divieto era il mio handicap troppo grave [...]

In un primo tempo, le cotte furono “unidirezionali”: non ero mai corrisposta in pieno. Poi, iniziai a farmi più furba: coltivai maggiormente la ricchezza interiore per supplire alle carenze fisiche. Dunque, ero una ragazza con un certo fascino (si fa per dire) nascosto, ma non troppo e ciò mi permise di essere “accalappiata” da un bel ragazzo moro, con gli occhi azzurri. Una vera rarità! Ci siamo scelti bene, perché sono quasi trenta anni che viviamo insieme. Giancarlo afferma che fu attratto dalla dolce femminilità che sprigionavo da ogni poro.
Pur essendo in carrozzina, ho sempre avuto vestiti ed accessori alla moda: purtroppo la maggior parte delle disabili indossa tute da ginnastica perché sono più comode da infilare. Per me, questa realtà dimostra quanta poca attenzione abbia l’estetica nei confronti di chi vive seduto: spesso si cresce con la concezione, sbagliatissima, che un corpo malato va nascosto o quasi negato, perché brutto da vedere. Allora la tuta è proprio quello che ci vuole per coprire le “magagne”, anche questa visione dev’essere cambiata perché le disabili debbono avere la medesima dignità delle donne “normali”.
[...] La mia ultima filosofia è: rimanere sempre sulla cresta dell’onda, finché non diventi uno tsunami. Non ho mai accettato una vita qualsiasi (da handicappata, tanto per capirci) altrimenti avrei tradito me stessa, con la grande voglia di eleganza nel vestire, nell’agire e soprattutto nel cercare di aiutare gli altri. Sapete, ci vuole anche stile in questi frangenti! [...]

*  *  *  *  *  *

Alcune riflessioni a ruota libera a riguardo. Vedete se fanno per voi!?! 

Questo è un racconto di emozioni che possiamo anche aver sperimentato sulla nostra pelle, in alcuni passaggi della nostra vita e della nostra mente, in cui ci siamo trovati ad affrontare stati di amore e di odio, di timore e di speranza, di risentimento e di gratitudine, di fiducia e di paura, di orgoglio, di svalutazione, di forza ma anche di vulnerabilità.

Accettare la propria identità, a volte, in certe situazioni, come quella della malattia, o della disabilità, o ancora, della malattia che porta alla disabilità non è facile. Non potrebbe esserlo per nessuno al mondo. Ma, è indispensabile capire che, indipendentemente dai propri problemi, accettare se stessi, è il punto di partenza per farsi accettare dagli altri. Lo è per chiunque, anche per chi non ha disagi di sorta.

Un corpo diverso, che non rispetta i canoni della pubblicità, i movimenti non stereotipati, può fare paura. Si ha timore di toccare una persona in carrozzina così come si teme di fare, dire o anche solo pensare qualcosa di sbagliato che possa offendere. In realtà l’oltraggio maggiore è non dire, non fare, non pensare nulla per paura di essere inopportuni.

Avete mai pensato che un handicap, qualunque esso sia, non rappresenta il punto centrale della persona, ma un aspetto che per quanto scomodo, è pur sempre un aspetto accanto ad un milione di altri aspetti?

E cosa ne pensate, ancora, del fatto che ciò che ci accomuna all'altro “diverso” da noi, ciò che di nostro non è diverso dall'altro, sono i nostri sentimenti, desideri, sogni?

Probabilmente, se noi spiegassimo meglio i nostri desideri, bisogni e difficoltà, scopriremmo di avere tanti punti in comune anche con chi ha un handicap, ciascuno con la propria abilità, non abilità, disabilità, limite, danno o incapacità.
È un modo per poter pensare che esperienze come queste possono riguardare ognuno di noi, che siamo o non siamo disabili e questo confronto è un arricchimento reciproco.

È possibile che una ragazza disabile, per esempio, possa amare e valorizzare il proprio corpo come qualsiasi altra cosa, malgrado le inevitabili imperfezioni?

Qualcuno ha chiesto: “perchè mai una persona disabile che impiega solitamente il doppio o il triplo del tempo mediamente impiegato dalle altre persone per alzarsi, provvedere all'igiene personale, vestirsi e sistemarsi dovrebbe allungare ulteriormente i propri tempi di cura di sé?”
Semplice: forse si vuole bene e quel filo di trucco e quel fresco profumo sono un modo per ricordarlo a sé e al mondo.

In una società dove tutto deve essere politicamente corretto, dove ci viene insegnato a rispettare culture diverse, non ci accorgiamo che non abbiamo ancora imparato a convivere con le diversità delle persone che ci stanno già intorno, e questo ci impedisce di rapportarci in modo sereno con le differenze del fisico e della mente.

In questo racconto ci sono alcuni rimandi alla sessualità la quale, in fondo, è l’espressione comunicativa del nostro corpo riconducibile a tutta una serie di segnali che dipendono dall’insieme di richiami sensoriali, dagli sguardi, dal tono di voce, dalle parole e dall’atteggiamento corporeo.
E’ la personalità che dà vita alla nostra sessualità, in un gioco di parti ove ognuno mette se stesso e la propria arte di seduzione, cerebrale, verbale e  fisica.
Questo vale per tutti, disabili o camminanti, uomini o donne, giovani o adulti.

Speriamo vi possa essere stato utile così anche solo per fermarsi un attimo a riflettere, ad allargare la mente...Voleva essere l'occasione per trovare la modulazione, vostra e solo vostra, con cui ascoltare anche il dolore e dare un senso alle condizioni di sofferenza.

 

 A VOI LA PAROLA

Questo scritto è tratto dal sito www.ipensieri.it  che raccoglie poesie, racconti, articoli ecc. scritti dai giovani di Parma e... non solo.

Vivo le mie emozioni, vivo ogni attimo,
vivo ogni parte del mio essere.
Se abito il mondo credo.
Credo in me e in qualcosa che sono,
credo nei miei ideali e chi li calpesterà
avrà calpestato la mia essenza.
Li difenderò, se abito il mondo troverò
la forza.
Perchè se abito il mondo devo affrontare.
Nulla saprà scivolarmi addosso.
Non mollerò.
Se abito il mondo osservo.
Tutto è così bello, quanto mi arricchisce!
Se abito davvero il mondo non posso fare a meno di gioire.
Se abito il mondo tutto sarà più semplice.

Anonimo – Liceo Scientifico ULIVI – Classe IVD
 

 

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