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Newsletter:  Figli dell'immigrazione

Il vero Io è quello che tu sei, non quello che hanno fatto di te
[Paulo Coelho]

Figli dell'immigrazione: I nuovi cittadini 
A voi la parola:  Molte persone credono...
Promemoria:  Chiusura Natalizia



 

Posso dire che mi sento molto italiano, molto milanese, molto ebreo, molto slavo, molto europeo, e anche cittadino del mondo, non posso non esserlo
[Moni Ovadia, attore teatrale e compositore]


“Mi chiamo Zhanxing, ho 20 anni e sono cresciuta a Follonica, in provincia di Grosseto. Ora studio a Roma e all’università mi prendono in giro per le “c” aspirate che ogni tanto mi scappano. Se i miei tratti somatici non mi tradissero, nessuno mi chiederebbe: “ma tu sei cinese”? Sì, lo sono ma sono anche italiana, anzi, forse più italiana che cinese. È una cosa difficile da definire perché la mia identità è in continua evoluzione. Si nota anche dalle conversazioni telefoniche: comincio con “wei” (pronto in cinese) e termino con “ciao”, dopo aver mischiato il dialetto, l’italiano e il mandarino.
La mia è una vita qualunque se non fosse che una mattina di cinque anni fa mi hanno preso le impronte digitali in Questura.
Era una novità, inchiostro nero indelebile sulle mani e poi giù a premere sulla carta, un gioco molto divertente. Oggi, con un’altra coscienza capisco che le impronte vengono prese solo ai criminali e mi domando se non ci sia stato qualcosa di sbagliato.
E poi a 18 anni, quando gli amici sono andati a ritirare la tessera elettorale al Comune, improvvisamente mi sono accorta di non avere il diritto di votare. Né di partecipare ai concorsi né di spostarmi liberamente e mi chiedo perché devo essere costretta a fare interminabili file per chiedere il permesso di soggiorno nel paese in cui sono cresciuta? Perché il mio paese mi considera straniera? Me lo chiedo ancora.”

E' quasi un luogo comune che, facendo nascere qui i loro bambini, gli immigrati li rendono automaticamente cittadini italiani. Niente di più falso: le "seconde generazioni", così si autodefiniscono i figli degli immigrati che sono nati sul suolo italiano o sono arrivati qui piccolissimi, vivono attualmente in una condizione molto ambigua.

Giuridicamente non sono italiani, ma non si sentono neppure parte di un Paese, quello dei loro genitori, che molti di loro non hanno mai visto. Senza considerare la diffidenza, se non talvolta l'ostilità, con cui sono considerati da una parte della società italiana, spaventata e ossessionata dall'allarme immigrati lanciato da Tv e giornali ormai quasi quotidianamente.  Un ragazzo che segue i propri genitori non ha scelto l’immigrazione, la subisce. Spesso se nessuno glielo dice non sa neppure di essere straniero. Tanti ragazzi di differenti etnie si vergognano di riconoscere la nazionalità di appartenenza. Un po’ per paura di apparire “diversi”; un po' perchè  questi ragazzi non vogliono sentirsi estranei rispetto al contesto in cui vivono.

Le “seconde generazioni” sono una parte consistente della popolazione. Secondo la Caritas sono 700.000 i ragazzi figli di immigrati presenti in Italia. A questi bisogna aggiungere un esercito di ragazzi con gli occhi a mandorla o con la pelle scura che, malgrado si ritrovino in bocca le sospirate “c” toscane o le slabbrate vocali bergamasche.
Una volta raggiunta la maggiore età hanno scoperto di essere diversi dai loro compagni di scuola. Cittadini di serie b, insomma, incastrati nell’infernale macchina di una burocrazia che fa di tutto per tenerli lontani dai diritti e dai doveri relativi alla cittadinanza piena.

In Italia infatti non c'è  il cosidetto "diritto del suolo", caratteristica di altri paesi a forte immigrazione come gli Stati Uniti, la Francia o la Gran Bretagna, secondo il quale sono cittadini di una data nazione tutti coloro che nascono all'interno del territorio di quella nazione. Nel nostro Paese invece è in vigore il “diritto del sangue" che permette di accedere alla cittadinanza solo se almeno uno dei due genitori è cittadino italiano. Paradossalmente, mentre i nostri nonni hanno assunto la cittadinanza dei paesi dove sono emigrati in cerca di lavoro, noi abbiamo molte difficoltà a concedere lo stesso diritto ai figli di coloro che si sono trasferiti qui da noi.
Ma forse i diritti di cittadinanza non sono l'unico strumento per aiutare il benessere e l'integrazione di questi nostri coetanei e forse, per alcuni di questi ragazzi, non è neppure la cosa più importante. Basta guardare in Francia, dove le “seconde generazioni” delle “banlieues” (i quartieri periferici di Parigi) anche se cittadini francesi a tutti gli effetti, esprimono una forte contestazione nei confronti di una società che forse non hai mai veramente offerto loro le possibilità di riscatto dalle condizioni dei loro genitori, finendo per confinarli in veri e propri ghetti marginali.
Se ci guardiamo in giro ed oltre alle statistiche guardiamo anche alle nostre scuole, ai nostri quartieri oppure al gruppo dei nostri amici e delle nostre amiche, alle ragazze o ai ragazzi per i quali ci prendiamo una “cotta” o ci innamoriamo, capiamo immediatamente che la condizione delle seconde generazioni, così come l’enorme ricchezza delle loro appartenenze culturali multiple, è cosa che riguarda il futuro di tutti e di non solo alcuni.

Siamo pronti all'idea di una cittadinanza piena per queste ragazze e questi ragazzi?  O pensiamo di costringerli a chiudersi in un passato che a loro non appartiene o in un futuro scritto sul colore della loro pelle?

A VOI LA PAROLA

Molte persone credono che l'anima gemella sia quella persona che è uguale all'altro nel carattere e nelle idee. Ma in realtà non è così perché primo è difficile trovare una persona uguale a noi stessi e secondo non ci sarebbe la magia di scoprire la parte ignota del nostro partner, e tutto sarebbe monotono.
Per me quando due persone decidono di mettersi insieme è perché si sentono attratte l'una dall'altra. Inizialmente il loro cammino è su due strade diverse nel frattempo loro si conoscono si scoprono insieme e ad un certo punto del percorso le strade si uniscono e le due persone camminano in un'unica strada. In quel punto le due persone si sono accettate: hanno accettato le idee, il carattere, i pregi e i difetti dell'altro adeguandosi. Hanno trovato quel comune accordo che li porterà ad essere un'unica cosa vivendo una vita felice superando ogni ostacolo e difficoltà pur essendo diversi. E' dunque questo l'amore nella diversità: amare l'altra persona rispettando ogni cosa di lei cercando di essere sinceri e trovando una via di mezzo quando le idee, le opinioni non coincidono.

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