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Newsletter:  La storia di Elia

La follia non viene mai ascoltata per ciò che dice o vorrebbe dire
[F. Basaglia]

La storia di Elia: Quello che ho capito è che devi essere tu a dire  "voglio risolvere il problema"
A voi la parola:  Paranoie allo Specchio
Promemoria:  "Chiedi" allo Spazio Giovani



Cari amici, questo mese vorrei proporvi un argomento molto importante su cui riflettere: i disturbi mentali. Potevamo affrontarlo in tanti modi, ma abbiamo pensato che dare voce ad un nostro amico avrebbe contribuito a rendere più vicino un tema sul quale illustri studiosi dibattono da decenni. Abbiamo chiesto ad Elia (nome di fantasia per ragioni di anomimato) di raccontarci la sua storia per la grande capacità che ha di parlare lucidamente della sua sofferenza e per la consapevolezza con la quale ha affrontato la sua situazione. A Elia è stata fatta una diagnosi: disturbo depressivo bipolare di tipo 2. Elia ha sempre condotto una vita normale, fino a quando…

La storia di Elia

Ti sei reso conto da solo di avere un disturbo o sono stati gli altri a fartene accorgere?

Diciamo che io ho avuto la fortuna di avere un amico psichiatra, io gli parlavo e lui mi ha fatto arrivare a questo, poi c'è da dire una cosa, anche in casa c'era mio padre che aveva smesso di lavorare e aveva iniziato anche lui a non stare bene... è stato tutto un insieme di cose che mi ha fatto emergere questa cosa qua, che io ho da sempre. Quando le cose che ti stanno intorno funzionano bene, non ci sono litigi, non c'è astio va tutto rose e fiori,  quando invece cominci a somatizzare... perché non è una cosa che parte da oggi, tutto l'insieme di cose negative, la somma di cose negative, io sono portato a somatizzare molto, butto tutto giù poi scoppio tutto in una volta.
L'ultimo episodio che mi è capitato qualche giorno fa, è durato pochissimo, circa due ore, era venuto un mio amico e non so per quale motivo siamo finiti a parlare del Mossad, degli ebrei, dei nazisti che alla fine della Seconda Guerra scappavano in Argentina, la sera dopo esco con un altro amico, che è italiano ma ha vissuto in Argentina, anche con lui abbiamo parlato, poi ho collegato i due discorsi e mi sono detto 'oddio! Mi sta succendendo qualcosa', mi provo la pressione e ce l'ho a 220, cerco di calmarmi piano piano, non dormo tutta notte. Da quella sera però la mia nuova compagna e mia madre sono un po' agitate.

Dicevi che ci si può accorgere di queste cose?

Per accorgersi di questo tipo di sofferenza bisogna avere molta fortuna e soprattutto accettare quasi passivamente il consiglio… il consiglio di una persona esperta insomma! Quando ci si mette nell'ottica di aver bisogno la cosa migliore da fare è seguire parola per parola, passo passo tutto quello che viene fatto per aiutarti...

Come hai fatto a superare il tuo problema?

Ho seguito un iter per molto tempo, uno psichiatra, certo, non risolve tutto in poco tempo. Per portare a ritmi normali il mio umore che oscilla c'è voluto del tempo. Sono stato sottoposto a una terapia farmacologica pesante, dormivo tutto il giorno, mi sono sentito non essere più me stesso, ma si deve andare avanti finché ce n'è bisogno. Io ho cambiato due psichiatri per curarmi, il mio amico non ha potuto occuparsi di me professionalmente, certamente mi è vicino ma come amico, come medico non ci sarebbe stato quel distacco necessario a operare nel migliore dei modi.
Bisogna capire se un medico può andare bene oppure no per noi, nel senso che non tutti possono lavorare con tutti. Dopo tre anni dall'esordio della mia malattia, e dopo aver cambiato professionista, ho iniziato a risalire la china, a vedere le cose nel giusto verso e, man mano che si migliorava, la terapia veniva abbassata, riuscivo ad essere più sveglio, ero più dinamico, riuscivo a fare le mie cose, a progettare la mia vita, prima, invece, se riesci a fare dei progetti, diciamo sono molto disfattisti, estremi.
Ho pensato a suicidarmi quando stavo male, era un pensiero persistente. Quello che ho capito è che devi essere tu a dire “voglio risolvere il problema”. So che negli studi sulla mente umana siamo ancora indietro, tanto per spiegarmi non è come avere un mal di pancia. Le malattie mentali non sono ancora ben comprese, siamo all'inizio.
Parlare con una persona che ti ascolta da un altro punto di vista, che riesce a capire il tuo mosaico, le tue storie fa bene, invece se ne parli ad una persona che non si occupa di malattia mentale questa può dire “lui è fuori di testa!”: può anche essere vero ma se ne parli con uno che ti ascolta in un certo modo probabilmente sa quello che può essere la soluzione, perché non ha sentito solo la tua storia, ma tantissime. Un addetto ai lavori - lo so che è una brutta parola ma non me ne viene in mente una più efficace - sa quello che c'è da fare per risolvere la situazione.
Nel mio caso posso dire che è stata risolta. Indubbiamente queste malattie si possono riproporre, non è una febbre o una infezione che prendi l'antibiotico e passa, diciamo, che si riesce a mantenere nascosta. E' come se tu avessi nel tuo cervello tanti cassetti, che ad un certo punto si aprono e la situazione è quella di chiudere questi cassetti.
Se tu riesci a chiudere questi cassetti stai bene e se riesci a tenere chiusi i cassetti il problema non si ripropone. Se arriva qualcuno che ti fa riaprire i cassetti è un casino! L'unico problema è che non sai quando arriva, non sai chi è, né da dove viene. L'importante è non metterti in situazioni nelle quali questi cassetti ti si possono riaprire e, bene o male, a 40 anni lo sai cosa devi fare per non riaprire determinati cassetti.
A 20 anni vai con tutti, non pensi troppo alle conseguenze delle tue azioni, dopo con il tempo capisci che ci sono determinati ambienti che non devi frequentare. Quando uno va avanti nella sua vita deve fare delle scelte, non si può fare tutto, quando hai scelto il tuo indirizzo bene o male vai avanti dritto per la tua strada, difficile incappare in deviazioni a meno che tu non te le vada a cercare. Penso che ci si debba accontentare, non credere che la vita sia un’esperienza quotidiana straordinaria per forza ed in ogni momento: non tutti i giorni sono giorni da leone, certo ci sono anche  i giorni da leone... Io ho sempre cercato la stabilità.

E' un percorso difficile?

All'inizio non è facile accettare di essere curati, la cosa più difficile che consiste nel 90% di un esito favorevole della cura è accettare di farsi curare, il resto viene da sé, ma devi accettare il fatto e ci vuole del tempo! E la cosa più difficile è avere delle persone intorno che ti facciano accettare il fatto delicatamente. La cosa peggiore da fare per chi ti sta intorno è dire 'tu sei matto!'.
Accettare di avere una malattia come questa è difficile, è difficile accettare il fatto! Perché non la vedi!

E' una malattia che non la vedi, la puoi percepire. Se ti viene l'influenza, cominci a starnutire, cominci a tossire, ti viene la febbre a 38, puoi dire che tu non hai niente, ma ti provi la febbre e la vedi! Stai male, non riesci a stare in piedi, ti metti a letto, latte caldo, aspirina, ti passa l'influenza, se ti spacchi una gamba, non riesci a camminare, vai all'ospedale, ti ingessano e dopo 40 giorni ritorni a camminare. La stragrande maggioranza delle malattie sono palesi e una persona le accetta perché sono evidenti. Non c'è nessuno che ti può provare la febbre al cervello, capito? Lo devi accettare, devi dirti 'questa malattia che non esiste, me l'ha diagnosticata quello là che forse non sa neanche quello che dice” per assurdo! Quando stai male con la mia malattia, credi di star bene, ti costruisci il mosaico, tutte le cose combaciano, pensi di avere ragione e sono gli altri che non capiscono perché non riescono ad arrivare a quello che dico io,  la costruzione esiste.

L'ambiente che ti sei creato è frutto di qualcosa che non c'è, non tutto, ci sono cose vere ma molte costruite da te, dalla tua testa. Il mosaico nella mia testa non è che me lo costruisco, viene da sé... arriva, ce l'hai dentro, non te l'ha messa in testa nessuno, il mosaico viene da solo e in una maniera talmente precisa e assurdamente reale. Per te è senza dubbio così, ma in realtà è una balla. A mente fredda lo capisci che non può essere vero, altrimenti un centinaio di persone si dovrebbero mettere d'accordo in modo che tu hai questo problema, dovrebbero essere tutti d'accordo, sarebbe umanamente impossibile se non nei film.

E prima avevi mai pensato di soffrire di qualche disturbo legato alla sfera mentale?

No, non te ne rendi proprio conto ma quando cominci a sragionare, a creare mosaici, ogni tassello – uso questa metafora per far capire – ogni persona che mi girava intorno aveva a che fare con me. E mettendo giù questi tasselli ho costruito questo mosaico dove tutto era contro di me. Qualsiasi parola, qualsiasi canzone che ascolti alla radio, una notizia del telegiornale, era quasi un messaggio, non era più un discorso, io non riuscivo più a parlare con la gente, io parlavo con una persona e quello che mi rispondeva era un messaggio che poteva riguardare tutt'altro: il discorso che si faceva non era reale. E quando ti rendi conto di queste cose, sai che hai un problema.

Da quando hai iniziato ad accorgerti che qualcosa non andava?

L'imprinting che hai avuto all'inizio della tua storia comporta certe decisioni, un certo tipo di scontro con ciò che è al di fuori della tua nicchia, habitat naturale, dalla tua famiglia. Indubbiamente una cosa che mi disturba molto – anche se adesso l'ho sorpassata perché mi sono rassegnato al fatto che vivo in una società di questo tipo – è il fatto che il mondo che ci circonda sia molto competitivo. Io sono nato nel 1968, in un momento storico di forti contestazioni, in cui c'era l'urgenza di vedere la realtà in un altro modo, tralasciando le falsità, le impostazioni del dopoguerra.
Diciamo che c'erano persone che pensavano di vivere in un modo e altre in un altro: le prime pensavano ad una esistenza finalizzata a perseguire i propri interessi, le altre cercavano di vivere più in società con gli altri.
C'era la possibilità di vivere sia in un modo che nell'altro, potevi scegliere, potevi prendere la decisione su come impostare il tuo stile di vita. Poi è arrivata la nostra società, quella Occidentale, come la conosciamo oggi, che è caratterizzata dall'agire in modo assolutamente personale, o a combattere uno contro l'altro... mi viene in mente la canzone di Luca Carboni (un cantautore bolognese, ndr) quando dice “...tu cercavi comprensione ed invece ti trovi in un mondo di competizione”.

Non sono fatto per competere, non vedo nell'altro uno contro di me. Se io sono in competizione con una persona, per me vuol dire che sono contro di lui. La competizione ti porta a cercare di capire la persona che hai di fronte per fregarla. Io non sono mai stato capace di farlo. Bisognerebbe collaborare, cooperare: io credo in questo.
La competizione l'ho vista nel mondo del lavoro. Non proprio nelle prime esperienze, sai quando sei studente e vai a guadagnarti un po' di soldi durante le vacanze scolastiche, ma con il primo lavoro serio dopo gli studi. Io avevo un po' in mente l'esperienza dei miei genitori: mio padre ha lavorato in banca per un certo numero di anni e poi è andato in pensione, mia madre infermiera, lo stesso. Mi ero fatto l'idea che il lavoro fosse qualcosa di sicuro, di stabile e duraturo. Nel 93, io lavoravo come impiegato in una azienda privata nel settore delle macchine per confezionamento.
Mi sono reso conto ad un certo punto che lavorare era una lotta continua, anche nei confronti dei colleghi. C'erano come dei ghetti, anche se si lavorava in dieci persone, per esempio nello stesso ufficio tecnico, dove lavoravo io, c'era uno scontro quotidiano.
Succedeva che io dovevo portare avanti il mio lavoro e gli altri facevano in modo di osteggiarlo, ma non velatamente proprio palesemente. A me disturbava tantissimo. L'azienda aveva scelto di cambiare il sistema gestionale del lavoro e mi ha chiesto di imporlo: certo non era facile abituare le persone a cambiare modo di lavorare ma dovevo farlo, non lo avevo scelto.

Cambiare il sistema di lavoro è la cosa più deleteria per una persona che sta lavorando, che per vent'anni magari ha sempre lavorato in un modo, io capisco questa gente che si sentiva messa sotto pressione. E' da qui che ho iniziato a vomitare prima di recarmi a lavoro.
Per la strada mi fermavo. Questo è durato per tre anni, gli ultimi anni in cui ho lavorato per quell'azienda, coincidenti con il cambio di sistema di lavoro. Gli scontri abbastanza accesi mi facevano lavorare in un ambiente tutt'altro che tranquillo.
Io ero sposato in quel periodo. Oltre al mio disagio sull'ambiente di lavoro, si aggiunse anche mia moglie che invece di essere comprensiva, quando tornavo a casa da lavoro innescava una lotta continua anche a casa. Non riuscivo mai a rilassarmi. Quindi sommi le cose e se una persona è portata ad avere questo disturbo, situazioni che ti circondano esaltano, inaspriscono questa malattia. L'ambiente circostante è fondamentale, me ne accorsi subito.

Come vedi il tuo futuro?

Ogni malattia mentale è diversa come esperienza, c'è lo schizofrenico che va su è giù, il bipolare che va su un'onda lunga, ti viene un episodio e poi può non tornare più... ci sono varie sigle che sono utilizzate per fare una diagnosi, ma non è palese come quando si rompe una gamba, hai dei parametri, probabilità che rendono favorevole la cura, ma la cura deve essere accettata. Adesso sono problemi così, tra cento anni magari con nuove scoperte sarà come una influenza.
Adesso io vedo molto bene il mio futuro, sono riuscito a curarmi e da poco tempo sono diventato padre.

 

A VOI LA PAROLA

Paranoie allo specchio

“Ho paura che dietro tutte queste maschere non ci sia alcun volto” pensò Andy guardandosi un mattino allo specchio, non riconoscendo quella ragazza.
Dov'era finita la bambina con le treccine bionde, le lentiggini sul naso e quegli occhietti vivaci che riflettevano l'infinito? Ora guardava allo specchio una sconosciuta con occhi spenti, svuotati dall'avarizia della vita, mentre dalla finestra sentiva il suono della pioggia sferzare l'asfalto. “E tutti questi specchi? Sono forse l'unica protagonista del mio esistere? Ahh! Basta!! Basta pensare a queste idiozie, basta giudicare me stessa filtrando le frivole parole altrui. Basta! Questa vita è mia e nessuno ha il diritto di soffocarla. Ora detto io le regole: basta temere il futuro e riverire il passato, io sono qui! Adesso!! Basta paranoie!” Prese una sedia e la scagliò contro quel maledetto specchio; esso andò in frantumi in un caleidoscopio spettrale. “Sette anni di sfiga? Beh, peggio di così!! Una volta toccato il fondo non si può che risalire” si disse Andy.
Aveva ancora in mano la sedia e in faccia stampato un sorriso. Prese lo zaino, se lo mise in spalla e uscì di casa attraversando il vialetto. L'odore fresco dell'erba bagnata si mischiava a quello acre dell'asfalto umido inebriandole le narici. E mentre la pioggia cedeva all'indaco, s'accorse di quanto fosse meraviglioso quel cielo. Aprì il cancello e si avviò verso scuola.

Simone K. - Istituto d'Arte “P.Toschi” - Anni 19

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